sabato 15 novembre 2025

25 APRILE 2026 FORZA NUOVA A PREDAPPIO PER DARE "ASSALTO" ALLA LEGGE SCELBA-MANCINO


L'ASSALTO SIMBOLICO

25 APRILE 2026 UNA GRANDE CONFERENZA A PREDAPPIO SULL'ABROGAZIONE DELLA SCELBA E DELLA MANCINO.

IL COMUNICATO DI ROBERTO FIORE

«È tempo di chiudere la stagione d'odio che inizia nel '45, arriva — attraverso discriminazioni e processi — agli anni ’70, passando attraverso i morti giovanissimi di quegli anni, e oggi annega di fronte alla scomparsa delle ideologie e degli uomini che hanno fomentato odio e divisione sociale.
La conferenza a Predappio segnerà la fine di leggi speciali e ideologiche che hanno contribuito a deviare politica, forze dell’ordine e magistratura nella loro azione.
Inviteremo "Aldo Cazzullo", "Roberto Vannacci" e pure un campione di antifascismo come "Mattarella".
Segnatevi questa data: è la fine di un mondo segnato dall’odio.»

LA SFIDA 
«Inviteremo "Aldo Cazzullo", "Roberto Vannacci" e pure un campione di antifascismo come "Mattarella".»


LA PETIZIONE GIÀ ON-LINE

Una petizione per la cancellazione delle leggi Scelba e Mancino é già stata lanciata e  vanta nomi di lancio come avvocati, giornalisti, un ammiraglio e anche Carlo Taormina, Maurizio Blondet e naturalmente Roberto Fiore stesso.

Link petizione:

martedì 11 novembre 2025

FN LANCIA PETIZIONE PER ABOLIZIONE LEGGE MANCINO-SCELBA

Comunicato stampa Forza Nuova:

«Firmiamo e facciamo firmare questa petizione che oltre ad essere uno degli 8 punti di FN rappresenta il cuore di una battaglia per la libertà e la tradizione del nostro popolo.

Da ottant'anni in Italia si è sviluppata una vasta ed articolata azione di contrasto nei confronti di chi ha un'opinione positiva sul fascismo o nei confronti di chi metteva in atto delle forme di propaganda filo fasciste. Questa repressione, da allora, blocca qualsiasi dibattito storico e politico, mantenendo diviso un popolo con una artificiosa visione della storia e della politica che impone, nonostante i grandissimi risultati degli studi di Renzo De Felice e altri storici, di considerare il fascismo come "male assoluto".

Riteniamo sia giunto il momento di tornare a essere liberi.

Le persone che hanno vissuto parte di quell'epoca, o i più giovani che hanno ascoltato le memorie dei propri genitori o dei propri nonni ed hanno potuto apprezzare da un punto di vista filosofico, architettonico e sociale le opere di quel periodo stimandolo, giustificandolo e facendone una "apologia", sono sempre più numerose e sono oggi nemesi contro chi pretendeva di affogare tutto nel sangue e nella demonizzazione.

Nonostante questo il regime e la parte peggiore di esso, si ostinano a tenere in vita, ancora oggi, la legge Scelba (legge transitoria del 20 giugno 1952, n. 645) e la legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205) rivolgendole contro coloro che intendono difendere la propria identità.

Questo impone che le due leggi vengano abrogate al più presto per impedire che l'Italia possa essere terra di reati di pensiero e continui a essere divisa e intrisa d'odio per una dottrina ed un periodo che, invece, dovrebbero riacquisire il giusto ruolo e prestigio nella storia.


 *Firma anche tu per l'abrogazione delle leggi Scelba e Mancino*  

CLICCA IL LINK
 
 *PRIMI FIRMATARI* 

On. Roberto Fiore - Politico
Carlo Taormina - Avvocato
Gloria Callarelli - Giornalista
Luca Castellini - Politico
Pablo De Luca - Avvocato
Maurizio Blondet - Giornalista
Vincenzo Di Nanna - Avvocato
Pasquale Delisati - Avvocato
Nino Galloni - Economista
Massimo Catanzaro - Avvocato
Salvatore Cabras - Ammiraglio

venerdì 7 novembre 2025

Comunismo: ha promesso il paradiso e costruito l’inferno. Un disastro fatto di sangue, morte e orrore

La memoria é un esercizio.
Come oggi 7 novembre nel 1917 (ottobre nel calendario russo di quei tempi)  avveniva il colpo di stato comunista guidato da Lenin e la presa del Palazzo d'inverno, evento passato alla storia col nome di Rivoluzione d'Ottobre. In questa data ricordiamo gli orrori senza fine che ha innescato con la sua falce che miete vittime anche oggi.

Si parla spesso dei sogni del comunismo, ma troppo poco dei suoi incubi. 

Dietro la retorica dell’uguaglianza si nasconde la realtà di decine di milioni di morti, vittime di un’ideologia che, ovunque sia stata applicata, ha distrutto la libertà e trasformato la società in una prigione collettiva.

Dall’Unione Sovietica di Stalin alla Cina di Mao, fino alla Cambogia di Pol Pot, la storia è sempre la stessa: potere assoluto, repressione e carestie provocate da follia ideologica. 

In tutto, oltre 60 milioni di vittime é la stima piu accreditata, chi divce 30 milioni e chi 90 milioni, srime già da film horror quelle al ribasso.

Il comunismo non ha portato giustizia, ma miseria e paura. 
Ha promesso il paradiso e costruito l’inferno.

Ricordarlo non è odio politico, è memoria e verità — un dovere verso chi è stato annientato in nome dell’utopia.

Ma riconoscere il fallimento del comunismo non significa accettare ciecamente il capitalismo. Anche quel sistema genera ingiustizie e disumanità. La vera alternativa è la libertà dei popoli di scegliere la propria via, LA TERZA VIA, radicata nei valori, nella giustizia sociale e nella dignità nazionale, visione organica dello Stato e corporativismo.

Solo così si costruisce una società che non piega l’uomo alle ideologie materiasliste e dello scontro di classe, ma lo rimette al centro della storia.


mercoledì 5 novembre 2025

New York | Altro che povero, Zohran Mamdani é un viziato "figlio di papà" radicalchic


Istantanee 
 
«Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York, viene raccontato come un nuovo salvatore dei poveri, degli ultimi perché (socialista n.d.r.) a quel che si racconta, verrebbe proprio da quella condizioni in quanto "è nato in Uganda". Secondo la semplicità delle menti di quelli che sono "dalla parte giusta": nato in Uganda = bambino poverissimo con le mosche in faccia degli spot di "Save the Children". 
La realtà: padre e madre ricchi. Il papà professore universitario della Columbia nato in Uganda ma di famiglia indiana, madre regista prima a Bollywood e poi a Hollywood e attualmente anche lei professoressa alla Columbia. Zohran ha studiato a Città del Capo e poi a sette anni è finito a New York, s'è diplomato alla Bank Street School for Children che si autodichiara "Una delle migliori scuole private dell'Upper West Side" e si laurea al Bowdoin College, uno di quei posti talmente gonfi di soldi privati, potere e donazioni da essere ultra-esclusivo (come Yale, Princeton e Harvard). Solita roba da ZTL».

In sostanza, un viziato figlio di papà radicalchic.

Dal web (informazioni verificate da Defend)

martedì 4 novembre 2025

Rino Gaetano: la voce scomoda alla sinistra italiana | SEMPRE PIÚ BLU


Sguardo oltre gli steccati 

In occasione dei 75 anni dalla nascita di Rino Gaetano, la casa di distribuzione Medusa Film presenta il documentario-evento Rino Gaetano – Sempre più blu, al cinema solo il 24-26 novembre 2025. 


Nella speranza (poca in realtà) che ne esca una figura coerente a quella reale, tracciamo per "Defend Italia", una nostra analisi delle posizioni politiche di una figura ribelle e affascinante.

L’artista, spesso bollato come “di sinistra”, emerge però come voce autonoma e critica: in questo articolo si ripercorre il suo percorso ideologico, la dissidenza interna alla sinistra e la satira tagliente contro il potere politico, anche quello riconducibile al ­Partito Comunista Italiano.

Un artista fuori dagli schemi,
Rino Gaetano nato a  Crotone 1950 e morto purtroppo prematuramente a Roma nel 1981, è stato uno dei cantautori più lucidi e inafferrabili della musica italiana. In un panorama dominato da appartenenze ideologiche nette, Gaetano si muoveva come un battitore libero, osservando da dentro e da fuori le contraddizioni della sinistra italiana — in particolare del Partito Comunista — e del potere in generale.
Come dichiarò in un’intervista del 1978:
“Non mi sento rappresentato da nessuno. Non sono né di destra né di sinistra: sto dalla parte della gente che lavora e che non conta niente.”

Il disincanto verso il Partito e la sinistra borghese

Gaetano proveniva da un ambiente vicino alla sinistra popolare, ma guardava con sospetto l’evoluzione del PCI verso una forma di burocrazia politica e morale. Nella sua ironia tagliente non risparmiava nessuno, nemmeno i compagni di partito che si erano “istituzionalizzati”.

Nel brano Mio fratello è figlio unico (1976), canta:
“Mio fratello è figlio unico / perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo / perché è convinto che in Cile esista ancora Allende.”
La frase è una frecciata contro una sinistra che viveva di slogan e idealizzazioni, incapace di confrontarsi con la realtà.

In un’altra canzone, Ti ti ti ti (1977), ironizza sul linguaggio vuoto dei militanti e dei burocrati politici:
“Ti ti ti ti, ti voglio bene / ma non come vuole il Partito.”
Qui Gaetano demolisce con leggerezza il dogmatismo del PCI, che tendeva a giudicare anche i sentimenti e i comportamenti secondo criteri ideologici.

“Nuntereggae più”: la lista del potere

La sua critica più diretta al potere politico arriva con Nuntereggae più (1978), una sorta di inventario satirico dell’Italia del compromesso storico. Gaetano elenca, uno dopo l’altro, nomi di politici, industriali, giornalisti, ecclesiastici e intellettuali — tutti appartenenti, a vario titolo, a quella classe dirigente che lui accusava di ipocrisia e opportunismo.
Il messaggio è chiaro: in un sistema corrotto, anche chi resta onesto viene travolto.
In una delle versioni non censurate del testo, erano presenti anche nomi di esponenti della sinistra, poi rimossi probabilmente su pressione della casa discografica e della Rai. Questo episodio testimonia quanto Gaetano fosse realmente “scomodo” anche per i suoi stessi simpatizzanti politici.

Il potere come farsa

Nella celebre canzone Ma il cielo è sempre più blu (1975), spesso fraintesa come un inno alla speranza, si nasconde invece un ritratto impietoso della società italiana, dove le ingiustizie restano intatte mentre “tutto scorre”:
“Chi vive in baracca, chi suda il salario / chi ama l’amore, chi sogna un ritorno / chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo...”
Gaetano mostra come la disuguaglianza e il privilegio convivano serenamente sotto lo stesso “cielo blu”, denunciando la rassegnazione collettiva che unisce poveri e potenti.

L’ironia come arma politica

L’arma di Gaetano non era la militanza, ma la satira. Usava la leggerezza per dire cose terribilmente serie. In un’intervista a “Ciao 2001”, dichiarò:
“Io dico cose che altri non possono dire. Se le cantassi in modo diretto, mi chiuderebbero la bocca. Allora le dico ridendo.”
Era la sua forma di sopravvivenza artistica in un Paese dove la libertà di critica, specie verso la sinistra, veniva spesso percepita come tradimento.

Una sinistra “popolare”, non ideologica

Gaetano incarnava una sinistra libertaria, umana, lontana dai dogmi. Era vicino alla gente comune — ai “figli unici”, ai disoccupati, agli emarginati — più che agli intellettuali o ai quadri di partito.
In Aida (1977), raccontando la storia d’Italia attraverso la metafora di una donna, mostra come le illusioni ideologiche abbiano attraversato il secolo senza cambiare la sostanza del potere:
“Aida come sei bella / gli occhi tuoi pieni di guerra / e la paura sulle spalle.”
L’Italia, come Aida, è una donna segnata, sedotta e tradita da ogni nuova ideologia.

Conclusione
Rino Gaetano era in prstica un contestatore interno della sinistra:  amava i suoi ideali ma odiava la loro degenerazione in retorica e potere. La sua voce resta attuale perché rifiuta ogni appartenenza cieca e difende il diritto alla libertà di pensiero, anche contro i propri.
Come scrisse in un appunto poco prima di morire:
“Non voglio dire ciò che piace, voglio dire ciò che serve.”

Rino Gaetano, ormai é patrimonio popolare di tutti, sdoganato da anni anche a destra della destra, un artista che sa insegnare ai giovani un sano comportamento  apotropaico verso il potere costotuito.  Per approfondire anche l'aspetto dellaorte molto sospetta, consigliamo come approfondimento i libri bestseller scritti dall'avvocato Bruno Mautone.

domenica 2 novembre 2025

Harukichi Shimoi, il "camerata samurai" di D’Annunzio e Mussolini

Rubrica storica 

Nel turbolento panorama dell’Italia del primo dopoguerra, fra idealismi e rivoluzioni, comparve una figura singolare e affascinante: quella di Harukichi Shimoi, poeta, intellettuale e guerriero giapponese che si fece conoscere come “il samurai di Fiume”. 

Uomo di lettere e d’azione, Shimoi incarna in modo
emblematico l’incontro tra l’Oriente e l’Italia d’inizio Novecento.

Dalle rive di Fukuoka a Napoli

Nato nel 1883 a Fukuoka, nel sud del Giappone, Shimoi si formò in un ambiente permeato dal rinnovamento culturale dell’era Meiji. Fin da giovane fu attratto dalla letteratura occidentale e in particolare da quella italiana: lesse Dante, studiò la metrica italiana e ne tradusse i versi nella lingua giapponese. Questo amore lo portò, nel 1915, a trasferirsi in Italia, dove ottenne un incarico come docente di lingua giapponese presso l’Istituto Orientale di Napoli.
L’Italia lo affascinò profondamente. Vi trovava una passione civile e un’energia artistica che, ai suoi occhi, ricordavano lo spirito guerriero e poetico dei samurai. In breve tempo si integrò negli ambienti culturali napoletani e cominciò a scrivere articoli e poesie in italiano, divenendo una curiosa figura di ponte tra due mondi lontani.

Un samurai al fronte per l'onore d'Italia 

Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, Shimoi non rimase a guardare. Si offrì volontario per combattere al fianco dei soldati italiani, diventando un ardito, uno di quegli uomini scelti per le missioni più rischiose. Sul fronte del Piave, raccontano le cronache, insegnò ai commilitoni alcune tecniche di combattimento giapponesi e partecipò alle ultime offensive decisive del conflitto.
Per Shimoi la guerra non era solo un fatto militare, ma un’esperienza etica: una prova dello spirito e d'onore in cui disciplina e bellezza potevano fondersi in un ideale di sacrificio. È in questa visione romantica e cavalleresca che maturò il suo incontro con un’altra figura fuori dal comune: Gabriele D’Annunzio.


L’incontro con D’Annunzio e l’impresa di Fiume

Nel 1919, quando D’Annunzio guidò la leggendaria occupazione di Fiume, Shimoi fu tra i primi a offrirgli il proprio sostegno. Lo seguì in quell’avventura politica e poetica, affascinato dall’energia rivoluzionaria del Vate e dalla sua idea di un’azione eroica al di là delle regole diplomatiche.
Fu proprio a Fiume che nacque il soprannome che lo rese celebre: “il samurai di Fiume”. D’Annunzio lo stimava per la sua lealtà e per il suo spirito guerriero, lo chiamava “camerata Samurai” e gli affidava spesso missioni delicate. Shimoi, grazie al suo passaporto giapponese, faceva da intermediario tra Fiume e l’esterno, portando messaggi, lettere e contatti anche a Benito Mussolini, allora ancora ai margini del potere.

Un ponte fra Oriente e Occidente

Al di là dell’esperienza militare, Shimoi fu un instancabile promotore di scambi culturali. Tradusse in italiano i versi di poeti giapponesi come Akiko Yosano e Matsuo Bashō, contribuendo a far conoscere in Europa la forma poetica dell’haiku. Allo stesso tempo tradusse Dante in giapponese e si fece interprete della cultura italiana nel suo paese.
Fu anche tra gli ideatori del raid aereo Roma–Tokyo del 1920, un’impresa che doveva simboleggiare l’unione spirituale e tecnica tra l’Italia e il Giappone. In quegli anni, il suo impegno si spostò progressivamente dalla poesia alla diplomazia culturale: organizzò incontri, scrisse articoli e si fece interprete di un ideale comune di eroismo e modernità.


L'adesiomi ai valori del fascismo

L’Italia del dopoguerra, stava cambiando. Le tensioni sociali e il mito dell’arditismo si traducevano in movimenti politici radicali. Shimoi vide nel fascismo nascente alcuni tratti affini alla disciplina del bushidō, il codice d’onore dei samurai: lealtà, spirito di sacrificio, culto della patria. Partecipò alla marcia su Roma e sostenne la causa fascista, nella convinzione che Italia e Giappone condividessero un destino di rinascita nazionale.
Negli anni Trenta tornò in patria, dove continuò a scrivere e a insegnare. Anche in Giappone mantenne viva l’idea di un ponte culturale con l’Italia, promuovendo studi su Dante e sulle arti occidentali. Dopo la Seconda guerra mondiale, deluso dagli esiti della politica e dal crollo degli ideali che aveva inseguito, si ritirò progressivamente dalla vita pubblica. Morì nel 1954, lasciando dietro di sé una figura complessa che mantiene il suo fascino leggendario.


Un’eredità fra poesia e mito

Oggi, la figura di Harukichi Shimoi affascina per la sua singolarità. Fu al tempo stesso poeta, guerriero, traduttore, ideologo e sognatore. In lui convivevano l’Oriente del bushidō e l’Occidente del decadentismo dannunziano, la ricerca estetica e la tensione politica, l’arte e la guerra.
Il suo nome resta legato all’immagine romantica del “samurai di Fiume”, simbolo di un’epoca in cui la poesia pretendeva di farsi azione e l’eroismo si mescolava all’utopia. Shimoi resta, in fondo, una delle figure più enigmatiche e affascinanti del dialogo culturale tra Italia e Giappone nel Novecento: un uomo che cercò, con la spada e con la penna, di unire due mondi lontani sotto l’ideale comune della bellezza e del coraggio, passando per D'Annunzio prima e per il fascismo dopo.

Conclusioni 

Il suo contributo culturale é stato profondo, ha permesso la diffusione degli ideali fascisti in Giappone, con la sua imponente opera letteraria ed il suo esempio pratico di adesione integrale.


sabato 25 ottobre 2025

Il regionalismo é il cancro della pubblica amministrazione, ritorno allo Stato centrale


STOP REGIONALISMO 

Con l'istituzione prima delle regioni a statuto speciale ed infine quelle a statuto ordinario nel 1970 si annunciava un decentramento virtuoso, un avvicinamento della politica al cittadino.
Così non é stato ed oggi il quadro disastroso sarà completato dalla .

Possiamo dire che è stato un disastro epocale per lo Stato centrale e per il buon uso del denaro pubblico. 
Le Regioni sono diventate il male peggiore dell’Italia dei servizi.

Vediamo perché:

1. Costi enormi e costanti
Le Regioni gestiscono una fetta considerevole della spesa pubblica. Secondo uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la quota di spesa pubblica delle Regioni era al picco nel 2007 circa al 22 % del totale, ed è scesa solo marginalmente fino al circa 18-19 % nel 2023. 
Nel 2023 lo Stato ha speso circa €852,2 miliardi, di cui €340,8 miliardi destinati alle Regioni (quasi il 40 %) — una cifra impressionante. Se queste risorse ogni anno fossero gestite in modo centralizzato, con snellimento, si avrebbe molto margine di risparmio e di efficienza.
(Università Cattolica del Sacro Cuore)

2. Burocrazia da record
E non è solo questione di spesa: la burocrazia che le Regioni generano è uno dei freni più pesanti all’economia. Uno studio della CGIA di Mestre stima che le imprese italiane sostengano costi per la gestione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione — a livello regionale in gran parte — pari a €57,2 miliardi l’anno. 
Ad esempio:
bluetu.it
In Lombardia, il costo stimato per le imprese è circa €13,105 milioni. 
In Sicilia circa €2,932 milioni. 
E ancora: si legge che nei Comuni la burocrazia “pesa” per la gestione degli adempimenti ridondanti, specialmente nelle amministrazioni regionali di supporto. 
Questo non è progresso, è zavorra.

3. Personale pagato profumatamente, senza controllo
Nelle Regioni a statuto “molto speciale” si registrano compensi per il personale elevatissimi: la Ragioneria Generale dello Stato quantifica per la sola Sicilia, al 31 dicembre 2020, una spesa per il personale regionale pari a €666,7 milioni. 
Quanto al resto, si stima che la spesa delle Regioni in anni recenti per il personale continui a crescere. 
In buona sostanza: un’enorme macchina fatta di enti, uffici, figure dirigenziali regionali, che non dà contropartita in termini di efficienza reale.
QdS
(bancaditalia.it)

4. Disparità tra Regioni, disuguaglianze e sprechi
Le Regioni italiane non sono tutte uguali. In alcune zone i cittadini pagano molto, ricevono poco, e subiscono ancora una pesante frammentazione. Per esempio:
La spesa statale regionalizzata pro capite nel 2021 per la Valle d’Aosta era circa €18 400. 
(Istat +1)
Mentre in regioni del Mezzogiorno come la Campania, circa tra €10 500 e €11 300 pro capite. 
Pensate: lo Stato centrale deve trasferire enormi cifre in sistemi regionali diversi, con risultato spesso diseguale, inefficiente, e con servizi che in certe zone funzionano male.
(Istat)

5. Il regionalismo e lo Stato centrale: 
una relazione distorta
Il modello regionale avrebbe dovuto avvicinare la politica al cittadino. Ma l’effetto reale è stato quello di creare una moltiplicazione di livelli decisionali, di burocrazia, di enti intermediari che obbligano lo Stato centrale a “controllare” piuttosto che governare.
Un modello che avrebbe potuto essere utile se gestito con rigore, ma che nella realtà italiana si è trasformato in degenerazione: sovrapposizioni, duplicazioni, costi di struttura altissimi.
E quel che è peggio: lo Stato centrale, che dovrebbe guidare, spesso viene scaricato di responsabilità e deve supplire alle Regioni in crisi, con maggiore spesa, specialmente nelle emergenze (tema sanitario, infrastrutture, coesione).

6. Perché “smantellarle” è la via maestra
Se fossi chiamato a suggerire una riforma radicale, direi: cancellazione del modello regionale così com’è, restituzione della competenza ampia allo Stato centrale o almeno forte riduzione delle autonomie regionali. Prima del 1980, quando le Regioni esistevano ma non gestivano gran parte della spesa, lo Stato centrale aveva un ruolo più forte, una visione unitaria e – onestamente – meno dispersione.
Le ragioni:
Riduzione dei livelli burocratici: meno controlli incrociati, meno enti, taglio dei costi “Regione + ente locale + servizio sanitario regionale”.
Maggiore equità territoriale: lo Stato centrale assume la distribuzione delle risorse, evita che la sanità in una Regione sia migliore e in un’altra sia alla deriva.
Efficienza nella spesa: le risorse concentrate in un’unica catena decisionale possono essere allocate meglio, con minor spreco, con maggior trasparenza.
Responsabilità chiara: quando le Regioni gestiscono, la responsabilità è frammentata; lo Stato che governa ha un solo indirizzo, una sola visione, una sola responsabilità.

7. Qualche cifra per rimarcare
Le Regioni gestiscono ~190 miliardi di spesa primaria nel 2023 secondo l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Le imprese sostengono ~57,2 miliardi all’anno di costi legati alla burocrazia regionale. 
In alcune Regioni, per convegni e manifestazioni, spese notevolissime: per esempio, la Sicilia nel 2022 ha speso ~€12,943,999,51 solo per organizzazione e partecipazione a manifestazioni e convegni. 
L'Identità
In alcune regioni, spese per incarichi e consulenze: la Calabria nel 2021 ha speso ~€2,384,435,49 per incarichi liberi-professionali. 
(Unindustria)

8. la Regione come parassita
In definitiva: 
le Regioni – nate con buone intenzioni – sono diventate un vero e proprio parassita della macchina pubblica italiana. Moltiplicano costi, moltiplicano livelli, aumentano la burocrazia, generano inefficienze territoriali e gestionali, gravano sullo Stato centrale che ne finisce per farsi carico.
Se vogliamo un’Italia più snella, più efficiente, più giusta, è necessario tornare a un forte ruolo centrale dello Stato, ridurre drasticamente le autonomie regionali — non per smantellare il decentramento in senso astratto, ma per evitare che il decentramento significhi semplicemente “più enti, più costi, meno responsabilità”.
Il modello attuale delle Regioni è il male peggiore per l’Italia: serve inversione di marcia.

Costi e stipendi nei parlamenti regionali

Una delle principali voci di spreco deriva dagli “apparati” politici regionali — assemblee, consigli, giunte, presidenti — che costano molto e sono poco controllabili.
Secondo la legge n. 34/2012, per esempio, uno assessore regionale può percepire fino a €12.600 lordi al mese: circa €7.000 come indennità di carica + €1.500 indennità di funzione + circa €4.100 di spese di esercizio. 
(La Nazione)

Per un consigliere regionale, lo stipendio lordo può raggiungere €11.100 al mese (7.000 indennità di carica + 4.100 spese esercizio), e salire a ~€12.300 se ricopre incarichi particolari, presidente di gruppo, commissione.
(La Nazione)

In concreto, ad esempio al Consiglio Regionale della Calabria il rendiconto 2024 segnala un costo complessivo del personale e della macchina burocratica di oltre €24 milioni. 
(Corriere della Calabria)

Non dimentichiamo che lo studio “Cara politica, ma quanto ci costi?” stimava che la politica — includendo regioni, enti locali, parlamentari — costasse circa €2,5 miliardi/anno solo per gli emolumenti, rimborsi, pensioni ecc. 

Questi numeri suggeriscono che le regioni non sono solo “enti amministrativi”, ma veri e propri centri di elevato spreco, spesso con scarso ritorno in termini di efficienza e servizi.

Il settore sanitario regionale: spesa gigante, diseguaglianze e operatività inadeguata

Dal lato della sanità — che è la voce principale delle spese regionali — emergono ulteriori criticità.
Le regioni gestiscono circa il 70 % delle loro risorse (in media) proprio per la sanità. 
(Università Cattolica del Sacro Cuore)

Tra il 2021 e il 2023 la spesa sanitaria complessiva Regionale è passata da ~€139,9 miliardi a ~€152,9 miliardi. 
(Sanitask)

La spesa sanitaria pro-capite nel 2023 varia molto: regioni come la Trentino‑Alto Adige (€3.621,8) e la Valle d’Aosta (€3.502,9) sono ai vertici, mentre la Campania (€2.643,5) e la Calabria (€2.626,1) sono in fondo. 
(CREA Sanità)

La realtà è che, nonostante queste spese, solo 13 Regioni su 20 rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). 
(A.R.I.S.)

Inoltre, la spesa delle Regioni per servizi sanitari privati convenzionati ha superato i tetti previsti: ad esempio ~€13,1 miliardi nel 2023. 
(Fsi Nazionale)

E i disavanzi: nel 2024 il saldo negativo complessivo delle Regioni era di ~€1,5 miliardi prima delle coperture. 
(Nurse24.it)

Quindi: gestiscono enorme quantità di risorse, ma con risultati altalenanti, disparità tra regioni del Nord e del Sud, controlli deboli, e una burocrazia che si mangia parte delle risorse.

Perché questi dati rafforzano la critica al modello regionale

Se le regioni costano così tanto sotto il profilo politico-amministrativo (stipendi elevati, strutture complesse) senza garantire uniformemente servizi efficienti, allora il decentramento ha fallito la sua promessa di efficienza.
Se la sanità regionale diverge così tanto tra territori, lo Stato centrale perde la capacità di garantire equità e solidarietà nazionale: la “regione”  é un fardello per il popolo italiano.
Il fatto che grandi quantità di soldi vengano “spese” (o mal spese) a livello regionale e privata convenzionata suggerisce che la struttura regionale facilita i costi 

Le Regioni “speciali”: l’apoteosi dello spreco

Le Regioni a statuto speciale – Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia – dovevano rappresentare l’eccezione virtuosa.
Oggi, invece, sono il simbolo dell’ineguaglianza istituzionale.
Solo la Sicilia, al 31 dicembre 2020, ha speso oltre 666 milioni di euro per il personale regionale.
La Valle d’Aosta, con 120 mila abitanti, spende pro capite più dello Stato per ogni cittadino.
Sono privilegi che nessuno Stato moderno dovrebbe più tollerare.

Sono privilegi che nessuno Stato moderno dovrebbe più tollerare.

L’autonomia differenziata aggrava il caos e le disuguaglianze già prodotte dalle Regioni

Significa dare ancora più poteri e risorse a quelle regioni che già funzionano bene, lasciando indietro quelle che sono in difficoltà.
Il risultato sarebbe un’Italia a due (o tre) velocità: un Nord che decide tutto da sé, con più soldi e competenze, e un Sud che resta dipendente, con meno servizi e meno opportunità.
In pratica:
le regioni ricche tratterrebbero più gettito fiscale, riducendo le risorse disponibili per la solidarietà nazionale;
lo Stato centrale perderebbe il suo ruolo di garante dell’uguaglianza;
i servizi fondamentali (sanità, scuola, trasporti) diventerebbero ancora più disomogenei, con diritti diversi a seconda del CAP in cui si nasce;
e la burocrazia raddoppierebbe, perché ogni Regione avrebbe norme, contratti e procedure proprie.
In sintesi: l’autonomia differenziata non corregge il regionalismo, lo porta all’estremo, fino a spezzare definitivamente l’unità amministrativa e sociale del Paese.
È la prosecuzione del disastro con altri mezzi.

Per ultimo, ma non meno importante, ricordiamo come nel tempo dietro questi baracconi si sono annidati enormi interessi delle più svariate lobby regionali, poteri forti e politica clientelare; la cronaca ci ha insegnato che nel tempo la componente politica é stata facilmente infiltrate da appetiti masso-mafiosi.

LA SOLUZIONE É TORNARE ALLO STATO CENTRALE.
Una riforma urge!